La guerra che verrà. La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente. Bertold Brecht  

Giorgio Beretta

Traffico_Armi
Banche armate: il mondo finanziario nel commercio di armi
Intervista a Giorgio Beretta
http://www.ilcontesto.org/

Oltre alle industrie, un altro genere di operatori economici svolge un ruolo fondamentale nel commercio di armi: gli istituti finanziari, ovvero quelle stesse banche a cui i cittadini affidano i loro risparmi. Giorgio Beretta, uno degli esponenti della Campagna di pressione alle “banche armate”, ci ha parlato del coinvolgimento delle banche italiane in questo settore, di quanto negli ultimi anni è stato fatto per incoraggiare la trasparenza di questi istituti e di quanto, ancora, si può fare.

Qual è il ruolo delle banche nel settore del commercio delle armi?
E’ duplice. Da un lato le banche offrono i propri servizi per la transazione di denaro garantendo, grazie alla loro presenza internazionale, fluidità e sicurezza nei pagamenti, dai quali ricavano “compensi per intermediazione”. In secondo luogo le banche offrono alle ditte produttrici di armi, loro clienti spesso privilegiati, possibilità di anticipi e crediti anche agevolati.

Quali sono le banche italiane che hanno i maggiori interessi nel settore?
La maggior parte delle banche che appoggiano finanziariamente e operativamente le industrie di armi nazionali sono italiane. Nel 2004, ad esempio, due banche coprono da sole il 60% delle autorizzazioni: la Banca di Roma, che si aggiudica autorizzazioni per un totale complessivo di oltre 395 milioni di euro, e il Gruppo Bancario San Paolo Imi, con oltre 366 milioni di euro. A seguire troviamo la Banca popolare Antoniana Veneta con 121 milioni, il 9% del totale, e la Banca Nazionale del Lavoro con 71 milioni, il 5% del totale.
E’ curiosa - e volutamente fuorviante – la lamentela che appare nella Relazione governativa di quest’anno che segnala tra problematiche di “alta rilevanza” il fatto che molti istituti bancari nazionali “pur di non essere catalogati fra le cosiddette ‘banche armate’, abbiano deciso di non effettuare più, o quantomeno, limitare significativamente le operazioni bancarie connesse con l’importazione o l’esportazione di materiali d’armamento”. Di conseguenza, le industrie italiane di armi sarebbero state costrette a operare con banche non residenti in Italia, con la conseguenza di rendere più difficile il controllo finanziario previsto dalla legge 185/90. In realtà, questa affermazione è smentita dagli stessi dati della Relazione: solo una banca straniera, la Calyon Corporate and Investment Bank, con 120 milioni di euro di autorizzazioni (9% del totale) si aggiudica qualcosa di simile ai maggiori gruppi italiani; e la somma di tutte le autorizzazioni rilasciate a istituti di credito stranieri non supera il 14%, una percentuale al ribasso rispetto agli ultimi anni. In definitiva, le banche italiane rappresentano tuttora l’intermediario privilegiato per l’industria armiera italiana.


Per quale ragione allora il governo avrebbe posto questo problema?
L’impressione è che la Campagna di pressione alle “banche armate” abbia creato un certo fastidio nell’ambiente, e che le pressioni si siano fatte talmente forti da giungere agli alti livelli del governo. Stiamo monitorando la questione perché non avvenga che queste pressioni portino ad abbassare la trasparenza resa possibile dalla Relazione governativa; c’è il rischio, infatti, che non si possa più accedere ai dati che oggi permettono a ogni cittadino di informarsi sul coinvolgimento del proprio istituto di credito nel commercio di armi.

In che misura banche italiane sono coinvolte in questo settore fuori dai confini nazionali?
Su questo sappiamo poco o nulla, perché sfortunatamente una relazione come quella prevista dalla legge 185/90 non include i dati delle operazioni delle banche italiane all’estero che operano con ditte di una nazione straniera e paesi diversi dall’Italia. Ma la Campagna italiana di pressione alle “banche armate” ha ormai superato i confini nazionali e abbiamo ricevuto richieste di informazioni da numerosi gruppi in Belgio, Spagna e Gran Bretagna per implementare anche in quei Paesi una forma simile di pressione. Rimane, però, il problema che in diversi Paesi su questa materia vige il segreto bancario e, soprattutto, che non esistono regolamenti internazionali adeguati a garantire la trasparenza e il controllo da parte dei cittadini sull’operato delle banche e degli stessi governi.

Il fatto che alcune banche abbiano ridotto la loro presenza nel settore ha portato davvero a qualche risultato, o ha fatto semplicemente sì che altri istituti abbiano coperto il posto lasciato vuoto?
Innanzitutto è positivo il fatto che diversi grossi bancari abbiano risposto alla domanda di trasparenza posta dalla Campagna e alle pressioni esercitate da tanti cittadini e associazioni. Se pensiamo che Unicredit nel 1999, cioè l’anno prima della loro comunicazione di smettere di “ offrire i propri servizi al commercio di armi” ricopriva più della della metà degli importi autorizzati di quell’anno, e che quest’anno compare solo per meno del 2%, comprendiamo che la Campagna ha raggiunto importanti istituti di credito attivi nel settore. Certamente altri istituti hanno coperto il “vuoto” e non è un caso che quest’anno la Relazione governativa segnali la cifra record di oltre 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni bancarie, quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente. Il mercato delle armi, dunque, in Italia continua a funzionare. Ma la campagna di sensibilizzazione portata avanti da molti cittadini e varie associazioni ha reso la società civile sempre più cosciente e responsabile di fronte a questo tema ed ha imposto scelte a importanti istituti bancari. Il che rappresenta un progresso non indifferente.

Come può incidere in questo contesto un qualunque cittadino sul comportamento della sua banca?
I modi di avere un’influenza sono molti e, come hanno dimostrato i successi conseguiti dalla Campagna di pressione alle “banche armate”, le possibilità di ottenere dei risultati concreti sono ampie. Si può chiaramente agire da soli, ma si può agire anche in gruppo. Da soli è sufficiente inviare una lettera alla propria banca, di cui è disponibile un fac-simile sul sito www.banchearmate.it chiedendo spiegazioni sull’operato: sembra poca cosa ma è importantissima perché le banche ormai tengono conto del numero di queste lettere e rispondono. In gruppo, si possono compiere iniziative altrettanto efficaci: ad esempio, decidendo di chiudere il proprio conto presso una banca che continua ad offrire i propri servizi al commercio delle armi, organizzare fuori dalla banca, dopo aver organizzato una “festa della chiusura del conto armato” offrendo qualcosa (un dolce, una bibita) e sensibilizzando con volantini e documentazione le persone che passano di lì. In modo che la gente sia spinta a chiedere spiegazioni alla propria banca, a porre il problema e ad agire. Le banche sono attentissime al “mercato” e se si accorgono di “perdere clienti” sanno che devono operare scelte precise.

Intervista a cura di Simone Natale, Sara Settembrino

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