Introduzione
Le armi leggere (small arms and light weapons¸ SALW nella definizione adottata dagli organismi internazionali) sono da anni al centro del dibattito politico e della riflessione etica: prima bersaglio del movimento contro la caccia, poi indicate come strumenti devastanti nelle mani di miliziani e ribelli che si sono macchiati di genocidi e crimini contro l’umanità, infine additate – per la loro diffusione – tra le cause che nelle periferie e nelle metropoli di tutto il mondo portano a registrare 1000 morti al giorno per armi da fuoco.
Per la loro rilevanza sociale e politica, e per il fatto che l’Italia è tra i primi dieci esportatori mondiali di piccole armi, esse meritano un’attenzione particolare, uno sguardo approfondito sulle tecniche di produzione, sul mercato “legale” – che concerne sia il comparto sportivo che quello militare e della sicurezza personale – e anche sull’ampia circolazione “illegale” delle armi leggere. Infatti, sebbene sotto molti aspetti (produzione, commercio, detenzione, utilizzazione) le armi leggere cadano sotto legislazioni e normative restrittive in quasi tutti i paesi del mondo, oltre che sottostare alle norme internazionali che ne regolano l’esportazione, le autorità nazionali e internazionali non sono in grado di controllare i destinatari di questa particolare “merce”, che ha il potere di uccidere e di mantenere inalterata per decenni la propria micidiale efficienza. Le stesse conferenze dell’ONU dedicate al tema delle small arms (l’ultima si è tenuta a New York nel luglio 2006) registrano sostanziali fallimenti di fronte alla forza della lobby dei produttori, nella quale si saldano gli interessi della Colt e della Beretta insieme a quelli dei governi di Russia, Cina, India, Cuba, Iran, Israele e Pakistan.
L’Annuario di OPAL Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere presenta in questo suo primo volume un’analisi approfondita dei temi legati alla produzione e al commercio delle armi leggere nell’area europea, cioè alla scala a cui ormai si misurano tanto le scelte di politica industriale quanto quelle di politica della difesa e della sicurezza compiute dai governi e dagli imprenditori. L’ampia panoramica – che si spinge sino a sottolineare le caratteristiche delle legislazioni sull’export delle armi leggere, nonché delle “campagne militanti” che chiedono norme e controlli più ristrettivi – è però attenta anche a un aspetto locale. Tra Brescia e la Val Trompia, da una lunga tradizione metallurgica e meccanica si è sviluppato un fiorente “distretto armiero” specializzato in una produzione di qualità, con un’azienda leader di rinomanza internazionale come la Beretta.
Noto soprattutto per i suoi fucili da caccia e da tiro sportivo, il distretto armiero bresciano-gardonese non è solo la principale area produttiva delle small arms made in Italy, ma anche uno dei più competitivi centri industriali d’Europa per la produzione di armi leggere militari, adottate dalle forze armate e dell’ordine italiane e anche scelte per la loro affidabilità dagli eserciti di mezzo mondo, a cominciare da quello statunitense, che ha optato per la pistola Beretta sin dal 1985.
In un’area come quella bresciana, di forte sindacalizzazione e di radicamento del movimento cattolico, la società civile è estremamente sensibile alle trasformazioni del comparto armiero e al ruolo degli imprenditori di punta, così come ai temi del controllo delle esportazioni di armi italiane e della riconversione delle fabbriche d’armi verso produzioni “civili ...segue

